Brevi saggi più o meno concupiscenti/22
Le brame allo specchio
Il contrario dell’amore non è l’odio ma la paura. Questa ossessione della sicurezza, che tormenta i miei alunni, mi sembra rivelatrice della paura che li attanaglia. La sensazione che traggo dalla mia esperienza lavorando a scuola tra gli adolescenti dell’alba del terzo millennio è che oggi si faccia poco sesso e si temi il sesso perché se ne parla e se ne vede troppo. Leggi Riparliamo di concupiscenza di Giuliano Ferrara di Andrea Monda

Se dovessi definire il mio lavoro in questi anni di insegnamento direi quindi che si tratta innanzitutto del tentativo, certamente segnato dai miei limiti personali e culturali, di bonificare e recuperare il linguaggio religioso, quelle parole “antiche”, ormai scomparse dal vocabolario comunemente usato dagli adolescenti. Mi sento un po’ come Padre Pons, il bel personaggio creato dalla penna di Eric-Emmanuel Schmitt, il sacerdote cattolico che di fronte alla furia nazista, “diventa” ebreo e si mette a studiare la sua nuova-antica religione per fare come Noè: tirare in secco dal diluvio, salvandoli, tutti i resti di quella cultura che si trova sulla lama di un rasoio inesorabilmente distruttivo. Anche oggi c’è un diluvio e bisogna salvare tutto il possibile. Partendo dalle parole. Termini come concupiscenza, come peccato, salvezza, grazia, attesa, obbedienza, autorità, sacrificio, sacramento. Alcune di queste parole hanno una valenza negativa: peccato, il peccato originale, i peccati, i vizi capitali e non è facile superare le difese, i muri che i ragazzi innalzano per difendersi contro di esse.
Una volta, in un terzo classico del centro di Roma, si parlava della vita e quindi della morte e della sua ineluttabilità, una ragazza, la più brava della classe, mi disse, “professore, ma perché ci vuole a tutti i costi turbare? Io vivo così serenamente la mia vita e lei invece fa di tutto per intristirmi e guastare la mia felicità!”. Mi venne in mente un’osservazione di C.S. Lewis sulla difficoltà di “calare questa dottrina nella vita reale, nella mente dell’uomo e del cristiano moderno. Quando gli apostoli predicavano, potevano contare sul fatto che anche i pagani che li ascoltavano avevano una consapevolezza concreta di meritare l’ira divina. I misteri pagani esistevano appunto per alleviare il peso di questa consapevolezza, e la filosofia epicurea sosteneva di poter liberare l’uomo dalla paura del castigo eterno. In questo contesto il Vangelo è apparso come una buona novella: portava la notizia di una possibile guarigione a uomini che sapevano di essere mortalmente malati. Ma tutto questo è cambiato: il cristianesimo oggi deve predicare la diagnosi – che in sé è una notizia molto brutta – prima di captare l’attenzione per poter prescrivere la cura”.
L’aspetto più terribile del “cristiano moderno” risiede proprio nel suo vuoto ottimismo. Forse per questo il più inquietante romanzo profetico-utopico del XX secolo è l’ottimista capolavoro di Aldous Huxley “Il mondo nuovo”, del 1932 in cui lo scrittore inglese immagina una società senza più malattie, problemi e bisogni economici ma anche senza amore e sessualità. Una società divisa in “caste genetiche”, un’idea ripresa poi dal geniale sceneggiatore Andrew Niccol nella sua prima prova da regista “Gattaca, la porta dell’universo”, uno dei film che puntualmente faccio vedere in classe. Leggendo il romanzo di Huxley viene spontaneo da parafrasare il titolo della celebre commedia in: “niente sesso, saremo inglesi”. Ma pure in Italia non si scherza: anche il nostro Luciano Ligabue, il Boss della Bassa, il più “carnale” dei rocker nostrani, col romanzo “La neve se ne frega”, qualche anno fa, ha provato a immaginare un mondo senza amplessi fecondi e generazione naturale. L’incubo, sottile e insidioso, che si infila nella mente degli scrittori è quello di un mondo finto, anestetizzato, asettico, in cui la sessualità umana così come si esprime in natura, viene eliminata perché “sporca”, “infetta”.
L’inarrestabile progresso a cui pare destinata la società passa per la “disinfettazione” se non totale “disinfestazione” del sesso. L’ultimo baluardo a difesa di questo antico modo dell’amore umano è rimasto il cattolicesimo e la sua gerarchia, altra parola scomparsa dall’orizzonte, con la sua singolare pretesa di opporsi al “sesso sicuro”, ma prima di parlare dell’eresia della sicurezza del sesso un’ultima battuta sul terribile rischio dell’ottimismo, ripensando alla dolce serenità che esce dagli sguardi dei miei studenti quando li angoscio parlando dell’avventura dell’amore e dei bellissimi rischi che l’abbraccio fisico e l’incontro-scontro dei corpi umani porta con sé. Mi devo rifare ad un altro inglese, maestro dello stesso Lewis, quel G.K.Chesterton, campione dell’ottimismo cristiano, che però lui declinava così: “Spesso ho preferito chiamarmi ottimista per evitare la troppo evidente bestemmia del pessimismo. Ma tutto l’ottimismo dell’epoca è stato falso e scoraggiante, per questa ragione: che ha sempre cercato di provare che noi siamo fatti per il mondo. L’ottimismo cristiano invece è basato sul fatto che noi non siamo fatti per il mondo”. Un estraniato, uno spaesato, ecco chi è il cristiano: “La più semplice verità sull’uomo è che egli è un essere veramente strano: strano quasi nel senso che è straniero a questa terra ..” sempre Chesterton, “..solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benefica follia del riso; quasi avesse afferrato qualche segreto di una più vera forma dell’universo e lo volesse celare all’universo stesso”.
Ma spiegare ai ragazzi del centro di Roma lo “spaesamento cristiano”, senza aver prima provato a spiegare Cristo e il cristianesimo, non è semplice. Come non è semplice, parlare, appunto, di concupiscenza. Però del contenuto di questa parola antica, se ne parla, eccome, in quell’unica ora settimanale di religione nelle scuole italiane. Al punto che il professore Galli Della Loggia, qualche mese fa in una conferenza, alla presenza del cardinale Ruini, ebbe a dire che i professori di religione dovrebbero smettere di fare lezioni di educazione sessuale e dedicarsi alla spiegazione del cristianesimo. Provai un po’ di vergogna: ero io uno di quei professori. Per fortuna qualche settimana dopo ci pensò Benedetto XVI con la sua prima enciclica a chiarire l’equivoco. In realtà c’è del vero nelle parole di Galli Della Loggia, solo che spesso accade che i ragazzi, inerti alle sollecitazioni che provengono dal messaggio e dalla dottrina cattolica, si risveglino improvvisamente alzando tutte le antenne possibili non appena il discorso scivola sul tema della sessualità e dell’amore.
Avviene quindi, almeno nelle mie lezioni, che il discorso sul sesso diventi un formidabile mezzo per far passare il messaggio cristiano, un ariete che permette di abbattere la cinta di difesa eretta dall’alunno e, una volta dentro, per allargare la riflessione facendo entrare tutto il resto. Agli alunni adolescenti non interessa tanto la quantità o la qualità delle informazioni che provengono dal docente, quanto invece gli interessa il docente stesso, carpire qualche “segreto dell’universo” osservando e cercando (spesso invano) di comprendere il carattere, i tic e le manie dei buffi ometti che si trovano di fronte per sei ore al giorno. A loro interessa la persona e l’amore e la sessualità sono argomenti perfetti per un coinvolgimento personale profondo, autentico. Se parlo loro dei comandamenti o dei sacramenti in termini astratti non rimangono molto avvinti; ma se parlo del preservativo e del fatto che la chiesa, proprio perché non è sessuofobica ma esalta l’eros umano (magari leggendogli ampi brani della Deus Caritas est), sceglie di conseguenza di sconsigliare il suo utilizzo, ecco che molti di essi smettono di sonnecchiare o di studiare di nascosto altre materie e cominciano, magari confusamente e polemicamente, ad intervenire attivamente alla lezione.
Su un punto, in particolare, ci scontriamo regolarmente: sul tema della “sicurezza”. Io cerco di spiegargli che il sesso al di fuori dell’amore è insipido, inappagante e frustrante. E su questo mi seguono (quasi) tutti. Ma quando provo a spiegargli che l’amore è per sua natura il contrario della “sicurezza” ecco che cominciamo a non capirci e il sermo si fa duro. Mi viene in soccorso, ancora una volta, il solito C.S. Lewis, col suo saggio su “I quattro amori”: “Non esiste investimento sicuro: amare significa, in ogni caso, essere vulnerabili”, scrive l’autore delle Cronache di Narnia, “l’alternativa al rischio di una tragedia, è la dannazione. L’unico posto, oltre al cielo, dove potrete stare perfettamente al sicuro da tutti i pericoli e i turbamenti dell’amore è l’Inferno. Sono convinto che il più sregolato e smodato degli affetti contrasta meno la volontà di Dio di una mancanza d’amore volontariamente ricercata per autoproteggerci. E’ lo stesso che nascondere un talento in una buca sotto terra, e per le stesse ragioni: “So che tu sei un uomo duro”.
Il contrario dell’amore non è l’odio ma la paura. Questa ossessione della sicurezza, che tormenta i miei alunni, mi sembra rivelatrice della paura che li attanaglia. La sensazione che traggo dalla mia esperienza lavorando a scuola tra gli adolescenti dell’alba del terzo millennio è che oggi si faccia poco sesso e si temi il sesso perché se ne parla e se ne vede troppo. Già settanta anni fa nel lucido saggio sulla “Crisi della civiltà” Huizinga aveva criticato la cultura dell’immagine che aveva ridotto gli uomini da persone attive e laboriose a meri e passivi spettatori. E’ come se fosse avvenuto un corto circuito. Si fugge dalla materia, dalla corporeità perché c’è troppa materia e troppo corpo dappertutto. Si è perso totalmente il senso dell’affermazione di Romano Guardini “il cattolicesimo è la religione più materialista” e l’eresia spiritualista (le eresie sono sempre spiritualiste) ha preso il sopravvento. Quello che cerco di fare è quindi necessariamente di remare contro gli “eretici”, a colpi di Chesterton, Tommaso d’Aquino, Walt Whitman e Francesco d’Assisi, i più “carnali e materialistici” cantori della poesia cristiana dell’amore.
Scrive il primo nella biografia dedicata al secondo: “Non vi sono cose cattive, ma solo un uso cattivo delle cose o, se volete, non vi sono cose cattive, ma pensieri cattivi, specialmente cattive intenzioni... le cose buone, come il mondo e la carne, sono state contorte da una cattiva intenzione chiamata il diavolo. Ma egli non può fare cattive cose; queste rimangono come nel primo giorno della creazione. L’opera del cielo fu materiale, la costruzione di un mondo materiale. L’opera dell’inferno è interamente spirituale”. Il problema della concupiscenza è un problema spirituale, non fisico: “Il sesso di per sé non può essere morale o immorale più di quanto lo siano la forza di gravità o l’alimentazione” (questa volta tocca a Lewis): “Il comportamento sessuale degli esseri umani, invece, può esserlo, e, proprio come il loro comportamento economico, politico, agricolo, parentale o filiale, a volte è buono e a volte cattivo.”, ed è un problema che ha a che fare con il desiderio, un’altra parola sulla quale mi soffermo, partendo dal suo etimo, de-sideros: la mancanza delle stelle. Anche qui il corto circuito: c’è così un’overdose di desiderio che se ne è perso il senso. Si desidera tutto, si desidera troppo e non si sa più cosa sia desiderare. Non si guarda più alle stelle ma al proprio ombelico e a ciò che si può gestire, controllare, manipolare. Da una parte il desiderio è assurto a criterio unico e assoluto dell’agire (la gravidanza, per essere, deve essere desiderata), dall’altra non si riesce più a riconoscere i desideri profondi del cuore, quelli che portano alle stelle e si riduce tutto a sentimentalismo, all’ondivagare della “voglia” e all’arbitrio del capriccio. Tutto questo, ovviamente, conduce l’individuo (non più persona) nella più totale e cupa solitudine. Il “cum” di concupiscenza sta per “accumulo” non per “compagnia”.
E siamo tornati alle parole. Non dimenticherò facilmente la risposta di un alunno alla mia domanda: “a cosa pensate se dico la parola salvezza?” “Alla salvezza dalla serie B”. Il punto dolente è che dei due “antichi” significati di salus-salutis è prevalso il secondo e minore (salute) rispetto al primo e più importante (salvezza). Da che cosa si devono salvare questi ragazzi? Perché si dovrebbero sentire in pericolo? Tanto, basta che c’è la salute. La salute è la prima cosa. Ecco perché la prima cosa che chiediamo ad una persona è “come stai”? E’ avvenuto uno spodestamento: al posto di Dio abbiamo collocato il vitello d’oro della salute e al posto del Bene ora c’è il benessere.
Qualche tempo fa proposi ad un editore un mio saggio semiserio sul tema delle diete in cui, con ironia, sottolineavo il dilagare di questa nuova religione, la dietologia e il fitness e riflettevo, tra l’altro, sul fatto che se si arrivasse all’invenzione di una “pillola del dopo-pasto” (che permettesse di bruciare ogni nostra abbuffata) avremmo raggiunto lo stesso vicolo cieco morale della “pillola abortiva del giorno dopo”: la libertà senza responsabilità. C’è qualcosa di meno umano? L’editore mi diede una risposta per me sorprendente: “Molto divertente, ma potrebbe offendere un’ampia fetta del nostro pubblico”. Un amico scrittore poi mi ha interpretato così il diniego: “Hai osato ridere su una delle due nuove e intoccabili fedi italiche: la dieta e il calcio”. Il troppo calcio discusso e visto in televisione mi ha portato ad una nausea per questo meraviglioso sport che una volta frequentavo in prima persona e non solo da spettatore. Proprio quello che accade in generale con il sesso: c’è il desiderio del desiderio ma non si vive più in prima persona nessuna esperienza, nessuna passione vera. Per il calcio, per fortuna c’è stata questa imprevista vittoria ai mondiali e forse si tornerà a giocare sui campi con maggior gusto mettendo in conto anche il rischio di farsi male. Ma per il sesso, quali mondiali l’Occidente si trova costretto a dover vincere? (Nella foto l’attrice messicana Salma Hayek)
di Andrea Monda
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